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VALSESIANDO
  • Uno strumento speciale

La Ribeba : Lo "Scacciapensieri" valsesiano

valsesia art

Nascosta tra le vette dell’Alta Valgrande, in Valsesia (Piemonte), si cela una pagina straordinaria ma poco nota dell'artigianato e della cultura musicale europea: la secolare epopea della Ribeba (detta anche ribebba, zanforgna o zampogna).

Sebbene nell'immaginario collettivo contemporaneo lo scacciapensieri venga spesso accostato al Meridione o alla tradizione siciliana (il marranzano), gli scacciapensieri sono in realtà strumenti internazionali che evocano la "forza della semplicità" e dialogano con l'ambiente e le diverse culture locali. In questo panorama, per oltre tre secoli, l'Alta Valsesia — in particolare il comune di Mollia, la vicina frazione di Boccorio (a Riva Valdobbia) e l'area tra Campertogno e Alagna — è stata uno dei massimi centri mondiali di produzione industriale e artigianale di questo idiofono.


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Natura dello Strumento e Funzionamento

La ribeba valsesiana è uno strumento idiofono a pizzico di dimensioni contenute (mediamente 5,5 cm per 3,5 cm), composto da due elementi essenziali:

  • Il telaio (o ferro): Una struttura metallica ripiegata (solitamente in ferro forgiato o rame) a forma di "chiave" o di ferro di cavallo.
  • La lamella (o linguetta): Un'esile lamina d'acciaio flessibile fissata al centro della struttura e piegata all'estremità.

Come funziona:
L'esecutore poggia il telaio contro i denti o le labbra e pizzica l'estremità della lamella con un dito. Non possedendo una cassa d'armonia propria, lo strumento sfrutta come cassa di risonanza la cavità orale del musicista. Modificando la forma della bocca, l'articolazione della lingua e il flusso respiratorio, il suonatore seleziona ed esalta i diversi toni armonici generati dalla vibrazione della linguetta, dando vita a melodie veloci, ritmiche e suggestive.


Le Origini e l'Economia dell'Alta Valgrande

L'Alta Valgrande possedeva giacimenti da cui si estraevano metalli preziosi. In questo contesto montano, l'economia poggiava sulle attività pastorali, sulla produzione casearia e sull'artigianato del legno, della lana e soprattutto del ferro.

Accanto alla lavorazione dei lum (tipiche lanterne a olio) e delle brocche (chiodi metallici per calzature), i fabbri valsesiani si specializzarono nella forgiatura delle ribebbe.

  • Etimologia: La prima attestazione scritta dell'uso del termine risale al 1524, con la grafia "ribebbis", vocabolo verosimilmente derivato dall'arabo rabeb. In vari contesti regionali italiani, i termini "ribeba" e "ribeca" sono stati storicamente impiegati per indicare lo scacciapensieri. Nei documenti d'archivio locali, lo strumento e i suoi artefici venivano definiti anche "zanforgne" o "zampogne" (e i fabbri "zampognai").

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Una Produzione Globale: Dalle Fucine di Boccorio al Mondo

Tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, la produzione valsesiana toccò apici straordinari. Il cuore propulsore di questa manifattura era la piccola frazione di Boccorio (Bocu).

Un'esportazione di massa
Nei periodi di massima attività, le circa 10 fucine di Boccorio impiegavano fino a 40 mastro-fabbri capaci di sfornare circa 5.000 ribebe al giorno, superando l'incredibile cifra di 1,5 milioni di pezzi all'anno (o circa 128.000 dozzine).

Nel 1833, nell'opera Notizie statistiche e descrittive della Valsesia, l'abate Carlo Racca rimarcava come la qualità delle acque locali conferisse una tempra inimitabile al metallo, rendendo le ribebe valsesiane superiori a quelle di qualsiasi altra nazione. Dello stesso avviso fu il geografo Goffredo Casalis nel suo Dizionario geografico, sottolineando la tempra unica degli strumenti realizzati a Boccorio.

Le rotte commerciali e il conforto della schiavitù
Le casse di ribebe prodotte in Valsesia venivano trasportate a Genova e da lì imbarcate per l'Inghilterra, la Francia, la Germania ("Lamagna"), la Spagna e oltreoceano. Le ribebe valsesiane raggiunsero le isole delle Azzorre, le Antille, l'Africa e le Americhe.

Un resoconto di viaggio del 1840 descrive vividamente l'impatto sociale ed emotivo di questi piccoli strumenti tra le popolazioni e i lavoratori d'oltremare:

"...Colà al rezzo di qualche palma o di canneti, oh come riescono que’ lavoratori di sollievo e conforto nelle diuturne fatiche, nel rancor della schiavitù e nell’ansia nostalgica!"

Le custodie intagliate a "scarpetta"
A testimonianza della genialità artigianale locale, per proteggere la delicata lamella d'acciaio durante i lunghi viaggi transoceanici, gli artigiani valsesiani intagliavano nel legno preziose custodie a forma di scarponcino o stivaletto, ornate con i classici motivi geometrici e floreali della scultura alpina.


Uso Sociale, Arte e Tradizione Etnomusicologica

Nelle comunità alpine, la ribeba non era solo merce di scambio, ma un tassello centrale della vita comunitaria. Veniva suonata dalle pastorelle nei pascoli, nelle stalle durante le veglie invernali e nelle osterie per accompagnare balli e canti tradizionali. I suonatori più virtuosi erano in grado di suonare due ribebe contemporaneamente (una tenuta con la mano destra e l'altra con la sinistra), ampliando il registro e la complessità armonica dell'esecuzione.

L'impronta culturale dello strumento è ben visibile anche nelle arti figurative: presso la Pinacoteca Civica di Varallo è custodita la celebre scultura di Giacomo Ginotti intitolata La suonatrice di ribeba, che ritrae una giovane donna valsesiana intenta nell'atto di suonare.


Il Declino e la Ricerca Storico-Scientifica

Nel corso del XIX secolo, l'avvento delle produzioni industriali estere e la concorrenza dei centri d'Europa centrale (in particolare la Stiria in Austria) causarono un ridimensionamento della produzione valsesiana.

Gli ultimi mastro-costruttori
Ricerche condotte presso l'Archivio di Stato di Varallo da Alessandro Zolt hanno permesso di identificare con esattezza gli ultimi storici fabbricanti di ribebe: i fratelli Carmellino, figli di Giovanni Carmellino e Maria Domenica Bello, operanti nella frazione di Boccorio:

  • Michele Maurizio Carmellino (deceduto il 9 marzo 1905 a 83 anni)
  • Gaudenzio Agostino Carmellino (deceduto il 9 dicembre 1911 a 87 anni)

Negli attestati di morte di entrambi la qualifica professionale riportata è quella di "zampognaio". Con la scomparsa di Gaudenzio Agostino Carmellino nel 1911 si chiuse definitivamente la millenaria stagione della forgiatura valsesiana.

La riscoperta etnomusicologica
A partire dai pionieristici studi condotti sul campo sotto la guida di etnomusicologi del calibro di Febo Guizzi e Roberto Leydi, la memoria della ribeba è stata sottratta all'oblio. Tra il 2015 e il 2019, i ricercatori Alessandro Zolt e Alberto Lovatto hanno pubblicato contributi fondamentali — come il volume La ribeba in Valsesia nella storia europea dello scacciapensieri (LIM, Lucca, 2019, prefazione di Ilario Meandri) — ricostruendo la fitta rete demografica, archivistica e materiale di questa straordinaria storia "glocale".



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La Redazione

Questo articolo è stato curato e redatto dal nostro team editoriale.

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